Il Democritico

Idee, commenti, studi

PER UN’EUROPA POLITICA DEMOCRATICA

Nadia Urbinati e Caterina Di Fazio

Per un’Europa Politica, documento/manifesto di AGORA EUROPE, un movimento di opinione critica per la creazione di uno spazio politico europeo.

1 Gennaio 2019

Per un’Europa Politica

Noi europei siamo legati con fili invisibili e resistenti – quelli della memoria delle periodiche distruzioni della libertà e della convivenza pacifica e quelli dei progetti politici che hanno cercato di attivare le vie della cooperazione e del rispetto della libertà. Oggi, non possiamo non dirci europei. Ma mai come oggi l’essere europei è un terreno di battaglia e di competizione. L’Europa che vogliamo noi di Agora Europe non è l’Europa che vogliono nazionalisti vecchi e nuovi. In questo conflitto su visioni diverse e opposte di vita collettiva è la sfida di questo tempo, a dimostrazione del fatto che le questioni che assillano i nostri paesi non sono mere questioni nazionali e non possono essere pensate fuori dalla cornice continentale. La sfida del tempo presente consiste nel comprendere le questioni politiche attuali come non meramente nazionali. Esse non possono infatti trovare soluzione sul piano nazionale, sul piano dello stato-nazione, ma solo a livello transnazionale. L’Europa ha inoltre promesso di essere un accrescimento dei poteri sovrani – a questa condizione i popoli del vecchio continente possono continuare a riconoscersi come attori costitutivi del progetto dell’integrazione europea.

Ora più che mai, è necessario creare opportunità per un dibattito pubblico transnazionale per pensare collettivamente a come riorganizzare lo spazio politico europeo e rafforzare la nostra integrazione. Prendendo spunto dalle intuizioni di Étienne Tassin e Étienne Balibar, abbiamo scelto di chiamare la nostra iniziativa Agora Europe, Serie sullo Spazio Politico Europeo. Parafrasando Balibar, potremmo dire di tutti gli stati membri, “Pas d’autre France sans autre Europe”. Agora Europe è un’agora permanente e itinerante, che riunisce centinaia di membri nazionali e internazionali, il cui compito è creare opportunità per dibattiti pubblici sul futuro dell’Europa, discutere il potenziale di ciascun paese nel ridisegnare lo spazio politico europeo e promuovere la partecipazione dei cittadini e delle forze sociali, partendo dal presupposto che le più grandi sfide dell’epoca attuale non possa trovare soluzione sul piano nazionale ma solo a livello europeo. 

Delle questioni urgenti che travagliano l’Europa, la migrazione è la più grave, e quella che più interessa Agora Europe, poiché dal modo di affrontarla e risolverla dipenderà il carattere dell’Unione Europea. Gli argomenti che questa questione propone alla nostra attenzione sono: 1) la relazione – spesso conflittuale – tra istituzioni nazionali e europee; 2) il tema delle frontiere e, più precisamente, il processo di esternalizzazione delle frontiere dell’UE;  3) la necessità dello sviluppo di un’etica dei confini, che tenga conto non solo dello spazio politico europeo (non inteso semplicemente come Eurozona) ma anche dello spazio mediterraneo; 4) la difficoltà di dove localizzare i confini nazionali in uno spazio liquido in cui essi si dissolvono, lasciandoci con il conseguente problema dell’indeterminatezza della responsabilità nazionale; 5) la riattivazione dei principi centrali che hanno dato forma al progetto politico europeo, quale quello della solidarietà europea.

Noi pensiamo che per difendere l’Europa occorra più Europa, ovvero un centro politico capace di produrre decisioni democraticamente legittime. Se l’Europa non riesce a darsi una politica unitaria sull’immigrazione, sulla cittadinanza e sull’asilo, è prevedibile che il problema dell’immigrazione si tradurrà in un problema di respingimento e di frontiere chiuse. Fino ad ora l’Unione europea non si è scandalizzata se l’Italia ha chiuso i porti alle navi delle ONG. Timidamente critica, ha assolto: e questo rischia di fare del modello nazionalista un modello europeo.

Dalla Vistola alla Senna al Po, i sovranisti europei hanno fatto della retorica della paura il collante delle insoddisfazioni sociali. La loro astuzia sta nel farne la linfa vitale dell’Unione Europea. La marcia verso l’euro-nazionalismo è cominciata da qualche anno, messa in evidenza nei vari appuntamenti elettorali nazionali. Lo si è visto in Danimarca, e poi in Finlandia. Lo si è visto in Polonia, e ancora prima in Ungheria, il primo dei 28 Paesi dell’Ue che ha aperto la strada al populismo sovranista con la costruzione di un recinto di filo spinato sulle frontiere con i Balcani e la Serbia. Il fatto nuovo del nostro tempo è questo: mentre in passato, i nazionalismi volevano la fine dell’Unione, a partire dal 2015 e in coincidenza con il picco più elevato delle migrazioni, si sono aggiornati come leadership europea. La retorica sovranista si candida a fare dell’Unione Europea un continente ermetico retto su pochi chiari obiettivi, per nulla estranei alla storia del continente: centralità della razza bianca, della religione cristiana, del benessere per gli europei. L’origine di questo progetto eurosovranista va cercata nell’incompiutezza del progetto di unione politica.

Questo è il tempo dell’ossiromo “democrazia illiberale”, il cavallo di battaglia di Viktor Orbán. È il tempo del populismo di destra e di movimenti nazionalisti che vanno al potere attraverso elezioni democratiche. È un tempo paradossale, in cui è possibile creare una lega antieuropea transnazionale, ma apparentemente impossibile crearne una europeista.

Non si può non volere l’Europa unita. Eppure questa è un’Europa difficile da difendere, perché essenzialmente un mercato la cui moneta unica ha diversi corrispettivi nelle diverse nazioni, ma non un’unità di valore; la cui unione è nel sistema di regole tenute insieme da vincoli di bilancio che mentre impediscono alle diverse nazioni di rispondere ai bisogni sociali dei loro paesi non assegnano all’Unione alcun centro democratico di progettualità politica. L’Europa attuale coltiva l’eccessivo indebitamento di molti stati membri, a cui Bruxelles risponde applicando misure di austerità intrinsecamente velenose che minano le prospettive di investimento, crescita e occupazione, generando così stagnazione e perpetuando squilibri economici sempre più profondi all’interno dell’Eurozona. Senza un’unione fiscale e politica, le costrizioni alle quali questa Europa è vincolata rischiano di esasperare i nazionalismi e di giustificare i sovranismi e, allo stesso tempo, di bloccare ulteriormente all’interno dell’Eurozona quei paesi il cui indebitamento li esporrebbe agli attacchi speculativi dei mercati finanziari se dovessero abbandonare l’euro. Il paradosso (voluto, non casuale) di questa ideologia è di presentarsi all’opinione pubblica “come se” ci fosse un’Europa politica, e per proporne un’altra. Il fatto è che un’Europa politica non c’è e non si può far finta che ci sia, come fanno i sovranisti. Partiamo da quel che c’è oggi per proporre un’Europa politica che oggi non c’è. In questo nostro contributo ci concentreremo sulla questione dei confini perché questa è la cartina di tornasole della battaglia politica sui principi dell’Europa. 

Oggi non ci sono giocatori con gli stessi poteri di trattativa e i divari tra i paesi sono aumentati. La prima avvisaglia di questa forbice tra un’Europa e un altra la si è avuta con la crisi greca. L’interesse non opera più in maniera virtuosa, perché spinge le nazioni a chiudersi o a richiedere di essere trattate in maniera diversa. La divergenza tra gli interessi nazionali emerge chiaramente anche dalla questione della migrazione. Ci sono nazioni che, proprio perché situate sui confini con zone difficili del mondo – l’Africa e il Medio Oriente – sono più esposte di altre nazioni europee e hanno forti argomenti per chiedere un trattamento diverso: più risorse economiche e di personale, per esempio. Ma anche più attenzione ai diritti umani: occorre legare i finanziamenti ai comportamenti virtuosi; e occorre un’autorità europea che ispezioni il modo in cui i soldi sono spesi nell’accoglienza e soprattutto nell’integrazione. I confini devono diventare confini europei a tutti gli effetti per rendere tutti i paesi, non solo i paesi di confine, equamente interessati.

Eppure, all’indomani del settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, continuiamo ad assistere a un processo di criminalizzazione del salvataggio in mare messo in atto da parte di un numero sempre crescente di sovranità nazionali e non ostacolato dalle istituzioni governative europee. Le politiche e le misure adottate per contenere la migrazione spesso infrangono le stesse leggi, sia nazionali che internazionali, su cui si basano le nostre istituzioni politiche e la dignità della persona che sono chiamate a tutelare. In ultima analisi, spetta sempre ai governi nazionali decidere se lo stato ha l’obbligo di garantire la sicurezza dei rifugiati. Anche se esiste una convenzione sui rifugiati, dipende dalla sovranità statale se scegliere di rimanere o meno fedele a questo accordo o alla maggioranza casuale in ogni stato, soprattutto in quelli che si trovano, per caso, a condividere in parte le frontiere del continente. In quei tratti di Europa, le frontiere europee sono governate dai governi locali, secondo i principi, i valori e le decisioni politiche decisi dagli elettori dei singoli paesi. Per esempio, l’Ungheria o l’Italia sono come paesi vicari dell’Unione, delegati di fatto dell’Unione nella gestione dei confini. Questo esaspera il nazionalismo e alimenta il razzismo. Non essendoci una cittadinanza europea e una politica continentale che governi il diritto d’asilo, il problema dell’immigrazione viene ridotto ad una questione di sicurezza nazionale.

Il problema dell’immigrazione ha cambiato il discorso europeo, perché ha trasportato l’ideologia che in alcuni paesi equipara immigrazione a illegalità in tutti i paesi dell’Unione, la quale ha fatto scelte politiche pessime: finanziare con soldi europei i centri di “accoglienza” costruiti sui confini e gestiti dai paesi stessi, in aggiunta; sovvenzionare il governo autoritario turco per fermare i migranti; fare affari oscuri coi trafficanti in paesi come la Libia.  L’Europa non ha corretto il nazionalismo ma lo ha abbracciato, e in alcuni casi lo ha esasperato, alimentando le politiche nazionaliste degli stati membri. La politica dell’immigrazione dei centri di accoglienza non è direttamente associata a una visione dell’Unità europea o di una cittadinanza continentale, ma si riduce essenzialmente a una politica di limitazione di accesso e di chiusura delle frontiere. E’ una politica xenofoba e razzista rivestita di retorica emergenziale.

La vicenda dell’Aquarius rende manifesto che lo spazio politico europeo sia attualmente inteso come libertà di movimento all’interno delle frontiere interne – lo spazio Schengen – a patto che venga negato il diritto di movimento attraverso le sue frontiere esterne. Il fatto che i campi dei rifugiati vengano istituiti sempre più ai confini del territorio europeo – ed oltre – è la manifestazione concreta del modo propriamente europeo di riconfigurare la propria geografia immaginaria, attraverso l’esternalizzazione delle frontiere. L’accordo con la Turchia, la chiusura dei porti e il respingimento delle imbarcazioni provenienti dalla Libia (vale la pena notare che quando il ministro italiano dell’interno Matteo Salvini ha deciso di chiudere i porti italiani alle navi migranti ha fatto esplicito riferimento alla politica “Stop the Boats” dell’ex primo ministro australiano Tony Abbott come al miglior modello per contrastare la migrazione) non sono altro che un tentativo di spingere le frontiere esterne europee fuori dall’Europa stessa.

In risposta alla “crisi” dei rifugiati, l’Europa ha prodotto l’idea di un’associazione diretta tra la sicurezza individuale e la difesa – o chiusura – dei confini, di modo tale che il rapporto con l’“altro” si effettua sulla base della paura. La paura, lungi dall’essere ridotta, resta oggi centrale sul piano emotivo, proprio mentre assistiamo all’incremento di sforzi concreti per limitarla, per così dire, a livello fisico.

In alcuni casi c’è stata persino una criminalizzazione dei migranti o un sospetto preventivo di essere dei “falsi” rifugiati che sono venuti per approfittare della “generosità” dei nostri sistemi di protezione, il che è diventato molto utile a coloro che hanno conseguito un doppio obiettivo: incolpare l’indebolimento dello stato sociale di una presunta esplosione della richiesta di protezione (invece di una volontà esplicita di sminuirla) e installare la struttura mentale che collega lo stato sociale a un’eccessiva generosità, insopportabile in tempi di crisi. Uno sguardo critico su questo modo di argomentare e sulle ipotesi su cui si basa ci consente di dedurre molte cose su di noi. Ad esempio, se un politico insiste sul voler prendersi cura dei “propri” prima di prendersi cura dei rifugiati, probabilmente non è interessato a fare né l’una né l’altra cosa. Dunque, se un paese tratta i migranti in modo così insensibile, è molto probabile che si comporti in modo simile nei confronti dei propri cittadini. Le persone senza diritti non sono quei “barbari” illegali che minacciano la nostra identità e sicurezza, ma i primi sintomi di una possibile inversione di civiltà. L’amnesia storica aiuta questa solidificazione della disumanità mentre noi europei dimentichiamo lo sfruttamento e la crudeltà connessi al colonialismo che ha reso molti stati europei potenti e ricchi. Il colonialismo non si estingue ma opera attraverso diversi mezzi, con le corporazioni e il placet del mercato e, talvolta, con la stessa filosofia dei diritti umani, come la sacralità del diritto di proprietà, un visto per la conquista e lo sfruttamento da parte di paesi ricchi e corporazioni.

Data la difficoltà di distinguere tra migranti e rifugiati, e gli usi perniciosi cui ha dato luogo il concetto di rifugiato, dovremmo forse introdurre nuove categorie, che comprendano entrambe: l’“errante”, con cui si intende la parte mobile dell’umanità, e l’“esiliato”, che indica lo spostamento forzato. Insieme ai diritti di circolazione, residenza e asilo contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, riteniamo debba essere difeso anche il diritto al libero movimento. E richiediamo il riconoscimento dell’ospitalità come un diritto fondamentale e una comune responsabilità europea.

Il tema europeo è dunque anche un tema di confini: come vengono intesi e interpretati, quanto porosi debbano essere, quanta libertà di movimento possa essere consentita. Hendaye, l’ultima cittadina francese sul confine basco franco-spagnolo, è il luogo dove il progetto Agora Europe è stato originariamente concepito. Per quella che può sembrare una semplice contingenza, abbiamo sempre pensato che se mai Agora Europe avesse dovuto cessare di essere un’agora itinerante e avere una sede, questa avrebbe dovuto essere collocata proprio su quel confine, perché straordinariamente per l’epoca attuale il confine basco resta uno spazio libero, dove la frontiera, appena segnata dal fiume, e sprovvista di controllo, è crocevia e passaggio fluviale e marittimo e non certo linea d’interruzione. Sono passati appena pochi mesi, e le rotte migratorie, per effetto della pericolosità del passaggio attraverso la Libia, si sono già ridisegnate. Ora la nuova rotta è quella che dal Marocco porta nello stretto di Gibilterra, verso la punta de Tarifa, e la porta dell’Europa occidentale è Hendaye. La domanda è per quanto a lungo ancora la frontiera libera basca rimarrà tale.

La centralità dei confini e della libertà di movimento nella definizione dello spazio politico europeo mostra tutta la sua gravità con Brexit, poiché l’esito del divorzio britannico si mostrerà non solo con i dazi sulle merci ma anche con i visti negati alle persone. Vale la pena ricordare che l’Europa è nata non solo con i trattati sul ferro e il carbone, ma soprattutto con il Trattato di Roma del 1957 e per risolvere la questione dell’immigrazione. Il primo problema degli stati europei che hanno cominciato a pensarsi in termini di Unione è stato quello delle frontiere, affinché non fossero solo porte di uscita ma anche porte di ingresso – ciò era funzionale al bisogno di manodopera nei paesi del Nord Europa, ma si è presto trasformato in un diritto civile fondamentale. L’Europa è nata come progetto di costruzione di uno spazio libero e non più sottoposto alla logica delle frontiere nazionali. È nata in coerenza con l’affermazione del diritto cosmopolitico, che è diritto della persona e prevede il movimento libero. E questo diritto mantiene intatto il proprio valore anche se nato e inizialmente giustificato con un argomento di libertà economica.

La questione della migrazione mette quindi in discussione la nostra concezione dello spazio politico europeo. La vastità e l’urgenza del problema sono dovute alla sua bidimensionalità: da un lato, si tratta di capire se possiamo effettivamente parlare di uno spazio politico europeo, se esista di fatto un tale spazio o, in caso contrario, come possa essere istituito. D’altro canto, in assenza di un tale spazio, siamo tentati di ricorrere al modello tradizionale dello stato-nazione per descrivere l’Europa e il suo spazio, ma poi ci scontriamo con l’evidenza di un processo paradossale: per mantenere la libertà di movimento all’interno dello spazio Schengen, cioè all’interno dei suoi confini, l’Europa ha iniziato un processo molto rischioso, quello, appunto, dell’esternalizzazione delle frontiere.

Tra i temi sui quali la battaglia politica del futuro dell’Europa verrà ingaggiata il più spinoso sarà quindi quello che ha sempre costituito un problema per noi europei: la libertà di movimento. Poiché la difficoltà che i nostri governi di destra creano ai migranti di altri continenti, saranno fatalmente sentite e subite anche dagli europei. Per fermare gli “altri” a Ventimiglia o al Brennero si deve comunque chiedere i documenti agli europei, che a quel punto – sulle frontiere – saranno individuati non come europei, ma come italiani o francesi o tedeschi. L’Europa nacque su una libertà di movimento quasi perfetta e rischia di arenarsi proprio sulla libertà di movimento. Ecco dunque l’aporia dei sovranisti che si candidano alla conquista dell’Unione Europea: riportare in vigore i passaporti.

Che cosa può dire e fare l’Europa progressista e democratica? Il mutamento di passo che l’arcipelago delle forze democratiche e progressiste dovrebbero proporre all’Europa ci mette di fronte al seguente paradosso: il progetto più realistico è oggi quello più utopistico. Dobbiamo essere utopisti per necessità. Il Manifesto di Ventotene è più realistico oggi di quanto non lo fosse nel 1941. E, soprattutto, è più pragmatico di quello che ha governato fino ad ora l’Unione. A noi sembra che si possa uscire dall’impasse delle frontiere solo alzando la posta, ovvero riportando il problema laddove deve essere affrontato: creare un’autorità europea di decisione politica. La difficoltà a risolvere questo dilemma in modo tale da non cambiare l’identità del progetto europeo viene dal seguente fatto storico: l’Europa è nata con l’ambizione di abbattere le frontiere interne ma senza una dichiarazione di sovranità. La libertà sancita dai diversi Trattati, l’ultimo quello di Maastricht, non è oggi più sicura, né per i non europei né per gli europei. Per diventare una libertà sicura in tempi critici, per evitare che la libertà venga immolata sull’altare dell’emergenza nazionale, è necessario, è anzi vitale, che l’Unione europea faccia il passo verso una più compiuta o “perfetta” unione, che si dia un sistema di decisione democratico con un governo che risponda non ai governi e ai ministri dei paesi membri ma ai cittadini europei. 

Il problema di oggi consiste nel comprendere come, all’interno del sistema della democrazia rappresentativa, sia possibile introdurre momenti di partecipazione attiva e diretta. A livello europeo, ciò è percepito in maniera ancora più forte: le elezioni europee, gli europarlamentari, le stesse istituzioni europee, sono troppo spesso ciò che di più lontano un cittadino possa immaginare. Il nostro compito è creare uno spazio in cui il cittadino, oltre che spagnolo, olandese, ceco, inglese, greco, portoghese… si senta anche europeo. Questo spazio dovrebbe essere quello della città o del comune stesso, come l’esperienza di Riace, tra le altre, ci ha insegnato. Il secondo problema di oggi è definire un nuovo progetto politico, il più possibile europeo e transnazionale. L’idea di Bernie Sanders e Yanis Varoufakis di un’internazionale progressista che si opponga all’internazionale sovranista è solo una delle tante voci plurali che riecheggiano nel mondo attuale per l’istituzione di un’Europa politica e di uno spazio politico della solidarietà.

E tuttavia è chiaro che la formulazione di un nuovo progetto politico non può prescindere dall’esistenza e dall’uso di uno spazio della pluralità. Senza uno spazio, istituzionale o pubblico, accademico o municipale, in cui radunarsi e confrontarsi, fare proteste e proposte, nessun progetto politico può prendere forma. Senza uno spazio politico non può esserci un nuovo progetto politico. È infatti solo il movimento plurale, o movimento politico, che crea, di fatto, lo spazio politico. Un movimento che, a livello di esistenza politica, si manifesta in tre forme diverse e complementari: distanziamento, protesta o resistenza, e partecipazione. Il terzo problema di oggi, e sicuramente il più urgente, riguarda proprio lo spazio, in particolare quello che definiamo lo spazio politico europeo.

L’istituzione di uno spazio politico europeo può essere conseguita in due diversi modi. Prima di tutto, significa non soltanto parlare del futuro dell’Europa, ma soprattutto della dimensione politica dell’Europa. Si tratta di capire se il processo di costituzione dell’Unione Europea sia stato anche politico o se la dimensione politica sia stata dimenticata o omessa. In breve, si tratta di capire se esista effettivamente uno spazio politico europeo. In secondo luogo, la sfida è quella di creare questo spazio. Ora, l’istituzione di questo spazio può passare solo dai cittadini. L’istituzione dello spazio politico passa attraverso un’azione coordinata e plurale, un’azione partecipativa di cittadinanza europea. Se la costituzione di uno spazio politico europeo non può basarsi solo sulle elezioni e sull’istituto della rappresentanza politica, è necessario che il suo antagonista complementare, la partecipazione diretta, attiva e plurale, sia non solo possibile e aperta ma sia rivolta a tutti i cittadini e i residenti. La partecipazione politica, per noi europei, è il bene comune che richiede di difendere l’Europa politica.

Caterina Di Fazio, Nadia Urbinati